*Para aquelas persoas que non poidan lelo, nuns días porei a versión en portugués, a lingua orixinal, deste conto:
Discorso sul fulgore della lingua
José Eduardo Agualusa
E fria, fluente, frouxa claridade
Flutua como as brumas de um letargo.
Una specie di oscurità usciva da lui, come da un abisso, mentre declamava Cruz e Sousa:
Vozes veladas, veludosas vozes,
Volúpias dos violoes, vozes veladas
Vagam nos velhos vórtrices velozes
Dos ventos, vivas, vãs, vulcanizadas.
Fernando Pessoa, questi, lo amava con un fervore ancor più grande. Lui e tutta la sua legione di eteronimi. Li pregava:
Mas em torno à tarde se entorna
A atordoar o ar que arde
Que a eterna tarde já não torna!
E em tom de atoarda todo o alarde
Do adornado ardor trastorna
No ar de torpor da tarda tarde.
Io mi lasciavo affondare “nell’aria del tardo pomeriggio”. Mi stendevo su una delle reti e subito cadevo in un sonno rapido, in qualche luogo ancora più a sud, tra torrenti d’acqua fresca, sotto un cielo nudo e metalico, in qualche spiaggia di velluto rinfrescata dalla brezza salata dell mare. Mi svegliano alcuni minuti dopo, fradicio di sudore, pazzo di sete, soffocato da quell’aria di acari. Uscivo dalla porta inciampando, attraversavo la strada e tramortivo bocconi sul bancone del bar lì davanti, implorando per amor di Dio una birra stupidamente ghiacciata.
Ero arrivato là come un naufrago, con lo zaino sulle spalle, e subito mi aveva affascinato l’improbabile alfarrabista, o sebo, nome più comune in Brasile, che occupava completamente i due piani di un affaticato edificio coloniale. Se io fossi un alfarrabista avrei un immenso daffare per organizzare ilo mio negozio in modo che sembrasse naturalmente disorganizzato. Un alfarrabista organizzato, metodico, mi suggerisce qualcosa di vagamente monstruoso, capace di offendere l’ordine naturalle delle cose, un po’ come una lucertola con due teste, un avvocato ingenuo, un generale pacifista. Alla maggior parte delle persone che frequentano il alfarrabista piace pensare che camminano in mezzo al caos e che nel mezzo di quel grave e silenzioso tumulto possono, improvvisamente, inciampare nella prima edizione dei Lusiadi al prezzo di un romanzo di Paulo Coelho. C’è stato un tempo romantico, in cui queste cose veramente potevano accadare. Un tempo in cui gli alfarrabistas ancora rispettavano il disordine. I nuovo professionisti di questo campo sono, disgraziatamente, molto bene informati e ancor meglio organizzati. Nel negozio del vecchio Firmino Carrapato, però, il disordine era legittimo e molto antico. Tre generazioni di Carrapato avevano contribuito con la loro lenta fatica a quello splendido caos. I libri si moltiplicavano ammucchiati al suolo o non allineati per metri e metri di incerti scaffali di alluminio, senza altra logica che non fosse quella del loro arrivo. Il vecchio Firmino aveva disposto cinque o sei retti attacate alle colonne, vicino ai larghi portoni aperti sulla strada, in modo che fosse possibile sfogliare i libri con una certa comoditá, pregando affinché la brezza del pomeriggio fosse capace di diminuire il caldo, sì, ma non suffientemente forte per transformare in irrimediabile polvere, pura polvere erudita, le carte antiche.
Io a Firmino gli piacevo. Gli suonò strano, all’inizio, il mio accento –da dove venivo? Dall’Angola?!- mi aveva guardato perplesso:
“In Africa?! E lì si parla portoghese?...”
Gli dissi sì, che parlavamo portoghese, così come molta gente in Mozambico, a Capo Verde, in Guinea Bissau, a Sao Tomé e Príncipe, a Timor e, chiaro, in Portogallo.
“No, questo no”, contestò il vecchio, “in Portogallo no. I portoghesi non parlano più portoghese”.
“In realtà”, aggiunse, “non si può neanche dire che parlano, questo fatto manca di dimostrazione”. Aveva visto, alcuni mesi prima, un film portoghese e non aveva capito una sola parola. Gli attori emettevano un vago mormorio, a bocca chiusa, come dei ventriloqui, con la differenza che i buoni ventriloqui parlano dall’ombelico proprio o altrui, parlano dai gomiti, parlano addriritura dalla bocca chiusa di un portoghese, e sempre con una relativa chiarezza. Argomentai, già un po’irritato, che la cosa era da addebitare alla quarente qualità tecnica del suono nei film portoghesi, come anche, è sicuro, alla cattiva dizione di alcuni degli attori, e poi ammisi che, in effetti, i film portoghesi dovevano essere mostrati con i sottotitolo non solo in Brasile, ma anche in Portogallo. Eravamo in questa discussione quando, sereno come un miracolo, entrò nel negozio un portoghese. Era un uomo mingherlino, ma al contempo solido e elegante, con il cranio rasato, una barbetta rada, ben disegnata, degli occhiali rotondi, d’argento, che dovevano esser l’erdità di un qualche antenato.
“Buon pomeriggio! Posso entrare?”
Anche lui parlava senza aprire la boca, ma sembrava simpatico, cosicché lo chiamai, gli presentai l’alfarrabista, e in poche parole lo misi al corrente della nostre discussione. Un piccolo lampo illuminò gli acchiali del portoghese e questi sorrise. La questione gli ricordava una tesi sostenuta da Agostinho da Silva. Forse la tesi di Agostinho ci sembrava un po’ bizzarra e senza supporto scientifico –ma era poetica. Disse ciò e si fece molto serio:
“La poesia ci azzecca più della scienza. In natura, per esempio, la bellezza è utilitarista, cioè, non esiste nell’universo fulgore senza utilità. Se gli scienziati andassero in cerca della belleza invece che della funzionalità arriverebbero più in fretta alla funzionalità”.
Secondo Agostinho da Silva, le lingue si affezionano alle geografie che colonizzano. In un orizonte ampio, disteso, l’accento è più aperto e in un paesaggio chiuso tende a chiuderse. Così, in Brasile, in Angola o in Mozambico le persone parlano la nostra lingua aprendo più le vocali, e alle Azzorre, a Madeira, nell Portogallo continentale, ma anche a Capo Verde, le chiudono.
Fu così, attraverso la ppesia, che il portoghese conquistò l’arduo cuore di Firmino Carrapato. Quel pomeriggio grufolò tranquillamente per i saloni, senza fretta, non esitando a disfare e rifare le pile polverose. Quando la luce già iniziava a declinare chiamò il vecchio. Firmino studiò lentamente i libri scelti dal portoghese. Leggeva il titolo ad alta voce, vedeva lo stato della costina, li soppesava. Uno dei essi, un grosso volume riccamenti rilegato sembrò intrigarlo:
“Discurso sobre o Fulgor da Língua? È stato un dottore di queste parti, del Maranhão, a scriverlo, ma non l’ha letto mai nessuno. È sicuro che lo vuole?”
Il portoghese annuì con la testa. Ilo vecchio mormorò qualcosa (mi sembrò di riconoscere un verso di Pessoa) e poi si strinse nelle spalle:
“Va bene, questo glielo regalo…”.
Una settimana dopo incontrai il portoghese in un bar di rastafariani. Era feloce come un fiume. Prima che gli domandassi qualsiasi cosa mi Mostrò una lettera:
“Chi troverà questo biglietto voglia cortesemente rivolgersi al mio avvocato, a São Luís do Maranhão, con la copia del libro in cui l’ha trovato”. Poi c’era il nome e l’indirizzo dell’avvocato.
Il portoghese sorrise:
“Non ci crederà: ho ereditato un intero isolato ad Alcântara!”
Il biglietto era stato scritto dall’autore del grosso volume che il vecchio Firmino gli aveva regalato. Il disgraziato era morto anni fa, deluso dall’indiferenza del mondo, ma non senza prima aver redatto un testamento in cui donava il palazzo di familia a chiunque avesse provato di aver comprato e letto il suo unico libro. Il portoghese esultò:
“E, sa una cosa? Il libro non è male”.
A verdade é que non sei falar italiano, nin tampouco portugués (teño algunha noción básica de vocabulario, coma todos, pero nada máis), e, aínda que ó comezo me custou bastante, sorprendeume moito como, a medida que avanza o texto, fun capaz de comprender a historia, así como entender cada vez máis palabras que nin sequera oíra nunca.
ResponderEliminarO que eu comprendín é que o vello Firmino, o dono da libraría (na que reina un especial "desorden natural"), considera que os portugueses non falan portugués, xa que viu unha película na que non entendía nada (os actores e actrices falaban coa boca case pechada e con moi mala dicción en xeral...)
Gustoume moito a tese (un tanto bizarra e sen base científica, máis moi poética) de Agostinho da Silva, e como conta que unha lingua se confecciona segundo a xeografía que coloniza: nun horizonte amplo, o acento é máis aberto, mentres que nun país pechado, tende tamén a cerrarse.E con esta tese conquistou o corazón de Firmino Carrapato...
E o curioso desenlace tamén está moi ben, coa elección tan certeira do libro que agocha semellante herdanza (nada menos que un pazo familiar)
Iso sí, quedei coa intriga de saber qué versos de Pessoa murmuraría o libreiro cando decidiu venderlle aquel enorme volume que ninguén antes quixera.......